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Comune di Cencenighe Agordino

Provincia di Belluno - Regione del Veneto


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Cenni storici

Cence fine 800Cencenighe, come centro abitato, sia stato stabilmente occupato intorno al 1000. Più incerta l’origine del nome che qualcuno attribuisce all’appellativo di una famiglia proprietaria dei beni fondiari. Le prime attestazioni storiche risalgono alla fine del secolo XIII con i nomi di Zinzinihgae, Cencenigis, Zinzinigo, Cincinige.

La presenza di un’attività mineraria nelle zone limitrofe e delle professioni relative al taglio di legna per garantire il funzionamento dei forni fusori è una delle cause alla base degli insediamenti abitativi del paese.
Passato sotto il dominio della Repubblica di Venezia nel 1404, Cencenighe apparteneva al Capitaniato dell’Agordino e formava una “regola” di Soprachiusa, definizione con la quale si intendevano le amministrazioni situate nella parte superiore a Listolade.
Fu nell’epoca a cavallo tra Medioevo ed Età moderna che il paese andò soggetto alle devastazioni da parte delle truppe militari di Filippo Maria Visconti nel 1439 subendo poi, quasi un secolo più tardi, le vessazioni dei soldati di Leonardo Felzer alleato contro la Repubblica veneta nella “Lega di Cambrai”.

Anticamente il primo nucleo era formato da un gruppo di abitazioni collocate intorno alla chiesa sull’altura di Coi e a Villagrande, quest’ultimo da considerare centro amministrativo e commerciale di Cencenighe fino a un secolo fa.
Con il tempo altre costruzioni sono poi sorte nelle aree limitrofe e lungo i versanti dei rilievi circostanti dando vita così ai villaggi che tuttora lo costituiscono. E’ databile intorno agli ultimi decenni dell’Ottocento l’edificazione lungo l’attuale via Roma mentre la zona di Veronetta, dove è attualmente ubicata la sede municipale, è attestata già nel secolo precedente grazie anche alla presenza di un forno per la fusione del ferro distrutto durante l’alluvione dell’agosto 1748.

Per la sua particolare conformazione, alla confluenza della valle del Biois e del Cordevole, il capoluogo fu infatti più volte soggetto alle inondazioni chiamate in dialetto brentàne le più gravi delle quali, negli ultimi secoli, quelle del settembre 1882 e del novembre 1966.Coi

Ulteriori cenni storico-economici.
Essendo il crocevia di passaggio per l'Agordino settentrionale Cencenighe è divenuto, soprattutto negli ultimi decenni, un centro commerciale alquanto sviluppato.
Negli anni Settanta l'apertura di uno stabilimento per la produzione di occhiali che ospita attualmente circa trecento operai ha cambiato il profilo professionale della popolazione del comune e del comprensorio agordino in genere facendo da traino a tutta l'economia della zona.
Prima che fosse aperta l’occhialeria dove negli anni Sessanta sorgeva una fabbrica per la produzione di pannelli in gesso, la maggioranza della popolazione maschile era occupata in generale nel settore edile.
Gradualmente questo comparto, accanto a quello artigianale, ha lasciato spazio all'industria che ha avuto il merito, peraltro, di frenare il calo demografico dovuto all'emorragia di manodopera che stagionalmente fluiva fuori del paese.
Andando indietro di alcuni secoli l'economia della zona risulta essere totalmente diversa da quella odierna, caratteristica comune a tutti i paesi con analoghe condizioni ambientali.
Nel Seicento lo storico Barpo aveva definito Cencenighe un centro per la fusione e lavorazione del ferro.
In quella stessa epoca e fino agli anni Trenta una parte importante dell'economia del paese ruotava intorno al lavoro nei boschi, al taglio del legname che in primavera e ad inizio estate veniva fatto confluire nei torrenti principali e nelle valli secondarie del comune da dove veniva condotto alla confluenza del Cordevole con il fiume Piave. Questo sistema di trasporto era chiamato con il termine dialettale di menàda praticata fino al 1927. Un sistema favorito dal fatto che prima della costruzione delle centrali idroelettriche i torrenti disponevano di una portata d'acqua consistente e superiore a quella attuale.
In stretta correlazione alla precedente era la produzione di carbone ricavato dalla combustione della legna in prevalenza faggio. L'inizio di questa professione è da ricercare indietro nei secoli quando nell'Agordino erano attive le miniere di rame della Valle Imperina la cui lavorazione dei metalli estratti negli appositi forni richiedeva necessariamente l'uso di una quantità notevole di carbone.
Nelle caratteristiche iàl (spiazzi ricavati nel bosco dopo l'abbattimento degli alberi) veniva preparato il cumulo di legna a forma piramidale chiamato in diàletto poiàt. Una volta ricoperto di terra si provvedeva alla sua accensione. Dalla combustione che poteva durare otto-dieci giorni si ricavava il carbone.
Singolare è il lavoro svolto dal Gruppo Amici della Montagna di Cencenighe Agordino (G.A.M.) che nel 1992, per un senso di dovere e di rispetto per la tradizione, ha ripristinato i sentieri di collegamento delle varie iàl del monte Pelsa dando vita all'itinerario denominato El troi de le iàl segnalando con apposite tabelle il nome di ogni singolo spiazzo.
Il sodalizio, nello stesso periodo, ha dato alle stampe un opuscolo relativo alla produzione del carbone con una mappa dettagliata del percorso.

ScalpellinoA Cencenighe, era praticata anche l’attività di scalpellino utilizzando i massi estratti dai Mesaròz, località omonima posta alle pendici del monte Pape verso la valle del Biois.
Dalla loro lavorazione gli scalpellini (taiapiére) ottenevano fontane, vasi, scalini, pavimenti, soglie. Quelli più abili erano anche in grado di dare forma a sculture. Tra questi figurano Vincenzo Mazzarol e Simon De Biasi che nel 1692 scolpirono una serie si statue che ornano il parco della Villa Crotta di Agordo.
Secondo un fatto di cronaca che ha originato anche una leggenda, sotto una frana improvvisa caduta dalle Pale di San Lucano in data imprecisata, sarebbe scomparso il villaggio di Roncàz in cui abitavano esperti scalpellini.
Intorno alla seconda metà dell'Ottocento, quando si fecero più forti i movimenti migratori, come alternativa al lavoro di menadàs, di carbonai e di artigiani molti abitanti del paese scelsero la via dell'emigrazione stagionale e a volte definitiva.
Le cause sono molteplici e riconducibili con molta probabilità alla crisi delle miniere della Valle Imperina, all'alluvione del 1882, agli scarsi raccolti dovuti alle avversità atmosferiche e anche alla piccola proprietà che si dimostrava inadeguata a garantire la sopravvivenza delle famiglie.
Tra Otto e Novecento rilevante è stata l’emigrazione permanente verso il continente americano, Stati Uniti, Argentina e Brasile in particolare. Successivamente il flusso migratorio si è indirizzato verso la Svizzera e la Francia dove la popolazione maschile svolgeva attività connesse all’edilizia. Considerevole anche l’emigrazione stagionale nel limitrofo comprensorio di Cortina d’Ampezzo e nelle valli della provincia di Bolzano. Nella maggior parte dei casi restavano in loco le donne che si occupavano dell'allevamento del bestiame, della fienagione e del lavoro nei campi coltivati a granoturco, orzo, patate e legumi.
Con il mutare delle condizioni economiche è venuta meno anche la pratica dell'allevamento e della fienagione.

(testi di Luisa Manfroi)

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