Cencenighe Agordino

Ultima modifica 21 febbraio 2024

Cenni storici

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Cencenighe, come centro abitato, si pensa sia stato stabilmente occupato intorno al 1000. Più incerta l’origine del nome che qualcuno attribuisce all’appellativo di una famiglia proprietaria dei beni fondiari. Le prime attestazioni storiche risalgono alla fine del secolo XIII con i nomi di Zinzinihgae, Cencenigis, Zinzinigo, Cincinige.

La presenza di un’attività mineraria nelle zone limitrofe e delle professioni relative al taglio di legna per garantire il funzionamento dei forni fusori è una delle cause alla base degli insediamenti abitativi del paese.
Passato sotto il dominio della Repubblica di Venezia nel 1404, Cencenighe apparteneva al Capitaniato dell’Agordino e formava una “regola” di Soprachiusa, definizione con la quale si intendevano le amministrazioni situate nella parte superiore a Listolade.
Si racconta che, all’epoca a cavallo tra Medioevo ed Età moderna che il paese fosse andato soggetto alle devastazioni da parte delle truppe militari di Filippo Maria Visconti nel 1439 subendo poi, quasi un secolo più tardi, le vessazioni dei soldati di Leonardo Felzer alleato contro la Repubblica veneta nella “Lega di Cambrai”.

Si suppone che il primo nucleo fosseformato da un gruppo di abitazioni collocate intorno alla chiesa sull’altura di Coi e a Villagrande, quest’ultimo da considerare centro amministrativo e commerciale di Cencenighe fino a un secolo fa.
Con il tempo altre costruzioni sono poi sorte nelle aree limitrofe e lungo i versanti dei rilievi circostanti dando vita così ai villaggi che tuttora lo costituiscono. E’ databile intorno agli ultimi decenni dell’Ottocento l’edificazione lungo l’attuale via Roma, mentre la zona di Veronetta, dove è attualmente ubicata la sede municipale, è attestata già nel secolo precedente grazie anche alla presenza di un forno per la fusione del ferro distrutto durante l’alluvione dell’agosto 1748.

Per la sua particolare conformazione, alla confluenza della valle del Biois e del Cordevole, il capoluogo fu infatti più volte soggetto alle inondazioni chiamate in dialetto brentàne, le più gravi delle quali, negli ultimi secoli, quelle del settembre 1882 e del novembre 1966.

Ulteriori cenni storico-economici.
Essendo il crocevia di passaggio per l'Agordino settentrionale Cencenighe è divenuto, soprattutto negli ultimi decenni, un centro commerciale alquanto sviluppato.
Negli anni Settanta l'apertura di uno stabilimento per la produzione di occhiali ha cambiato il profilo professionale della popolazione del comune e del comprensorio agordino in genere facendo da traino a tutta l'economia della zona.
Prima che fosse aperta l’occhialeria, dove negli anni Sessanta sorgeva una fabbrica per la produzione di pannelli in gesso, la maggioranza della popolazione maschile era occupata in prevalenza nel settore edile.
Gradualmente questo comparto, accanto a quello artigianale, ha lasciato spazio all'industria.
Andando indietro di alcuni secoli l'economia della zona risulta essere totalmente diversa da quella odierna, caratteristica comune a tutti i paesi con analoghe condizioni ambientali.
Nel Seicento lo storico Barpo aveva definito Cencenighe un centro per la fusione e lavorazione del ferro.
In quella stessa epoca e fino agli anni Trenta una parte importante dell'economia del paese ruotava intorno al lavoro nei boschi, al taglio del legname che in primavera e ad inizio estate veniva fatto confluire nei torrenti principali e nelle valli secondarie del comune da dove veniva condotto alla confluenza del Cordevole con il fiume Piave. Questo sistema di trasporto era chiamato con il termine dialettale di menàda, praticata fino alla fine degli anni Venti. Un sistema favorito dal fatto che prima della costruzione delle centrali idroelettriche i torrenti disponevano di una portata d'acqua consistente e superiore a quella attuale.
In stretta correlazione alla precedente era la produzione di carbone ricavato dalla combustione della legna in prevalenza faggio. L'inizio di questa professione è da ricercare indietro nei secoli quando nell'Agordino erano attive le miniere di rame della Valle Imperina, la cui lavorazione dei metalli estratti negli appositi forni, richiedeva necessariamente l'uso di una quantità notevole di carbone.
Nelle caratteristiche iàl (spiazzi ricavati nel bosco dopo l'abbattimento degli alberi) veniva preparato il cumulo di legna a forma piramidale chiamato in diàletto poiàt. Una volta ricoperto di terra si provvedeva alla sua accensione. Dalla combustione che poteva durare otto-dieci giorni si ricavava il carbone.
Singolare è il lavoro svolto dal Gruppo Amici della Montagna di Cencenighe Agordino (G.A.M.) che nel 1992, per un senso di dovere e di rispetto per la tradizione, ha ripristinato i sentieri di collegamento delle varie iàl del monte Pelsa dando vita all'itinerario denominato El troi de le iàl segnalando con apposite tabelle il nome di ogni singolo spiazzo.
Il sodalizio, nello stesso periodo, ha dato alle stampe un opuscolo relativo alla produzione del carbone con una mappa dettagliata del percorso.

A Cencenighe, era praticata anche l’attività di scalpellino utilizzando i massi estratti dai Mesaròz, località omonima posta alle pendici del monte Pape verso la valle del Biois.
Dalla loro lavorazione gli scalpellini (taiapiére) ottenevano fontane, vasi, scalini, pavimenti, soglie. Quelli più abili erano anche in grado di dare forma a sculture. Tra questi figurano Vincenzo Mazzarol e Simon De Biasi che nel 1692 scolpirono una serie si statue che ornano il parco della Villa Crotta di Agordo.
Secondo un fatto di cronaca che ha originato anche una leggenda, sotto una frana improvvisa caduta dalle Pale di San Lucano in data imprecisata, sarebbe scomparso il villaggio di Roncàz in cui abitavano esperti scalpellini.
Intorno alla seconda metà dell'Ottocento, quando si fecero più forti i movimenti migratori, come alternativa al lavoro di menadàs, di carbonai e di artigiani, molti abitanti del paese scelsero la via dell'emigrazione stagionale e a volte definitiva.
Le cause sono molteplici e riconducibili, con molta probabilità, alla crisi delle miniere della Valle Imperina, all'alluvione del 1882, agli scarsi raccolti dovuti alle avversità atmosferiche e anche alla piccola proprietà che si dimostrava inadeguata a garantire la sopravvivenza delle famiglie.
Tra Otto e Novecento rilevante è stata l’emigrazione permanente verso il continente americano, Stati Uniti, Argentina e Brasile in particolare. Successivamente il flusso migratorio si è indirizzato verso la Svizzera e la Francia dove la popolazione maschile svolgeva attività connesse all’edilizia. Considerevole anche l’emigrazione stagionale nel limitrofo comprensorio di Cortina d’Ampezzo e nelle valli della provincia di Bolzano. Nella maggior parte dei casi restavano in loco le donne che si occupavano dell'allevamento del bestiame, della fienagione e del lavoro nei campi coltivati a granoturco, segale, orzo, patate e legumi.
Con il mutare delle condizioni economiche è venuta meno anche la pratica dell'allevamento e della fienagione.

(testo di Luisa Manfroi)

Arte e cultura

Nel libro di Ferdinando Tamis e di Bepi Pellegrinon “Primo elenco degli artisti agordini” (Nuovi Sentieri Editore, 1973) risulta che Cencenighe ha avuto nel passato un certo numero di artisti dilettanti che si sono cimentati nell'arte della scultura in pietra e della pittura.
Originario di Cencenighe era Antonio Ligabue uno degli autori espressionisti oggi più apprezzati la cui madre Elisabetta era vissuta nel paese agordino.
Nell'ambito delle costruzioni artistiche è da segnalare la chiesa parrocchiale che costituiva, come ogni edificio di culto, un punto di ritrovo per gli abitanti del paese.
Eretta originariamente nel 1250 venne ricostruita in seguito nel 1723.
Di pregevole qualità è l'altare maggiore in legno scolpito nel 1753 dagli scultori Antonio Costa e Giovanni Manfroi di Cencenighe.
Una manifestazione di religiosità popolare che si esprime in arte è la presenza di atriol, capitelli sparsi lungo le mulattiere che congiungevano il centro del paese alle frazioni.
Le atriol costituiscono un aspetto interessante dal punto di vista artistico - religioso in quanto simbolo di religiosità popolare.
Un esempio è il capitello degli Arconi (atriol dela cros) alla destra orografica del torrente Biois lungo la mulattiera che da Cencenighe conduce a Canale d'Agordo.
Di questa costruzione si ha notizia già nel 1361. La sua origine sarebbe da attribuire alla volontà di ricordare alcuni viandanti che durante il tragitto sarebbero stati travolti da una frana.
Altri esempi di manifestazioni artistiche sono gli affreschi che si trovano sulle case più antiche di Cencenighe.
Questi murales realizzati da pittori dilettanti, molto spesso sbiaditi e rovinati dal tempo, esprimono la devozione ai santi.
Nella Piazza piccola di via Villagrande, nucleo antico di Cencenighe, sulla parete di un'abitazione si trova ancora un affresco attribuito all'artista dilettante Vincenzo De Biasio.
La pittura raffigura la Vergine avvolta da una nuvola e un Santo in preghiera.
Il dipinto ricorderebbe l'abbondante nevicata del marzo 1877.
Sul muro di un edifico limitrofo demolito alcuni anni fa esisteva un altro affresco di autore ignoto risalente al XVIII secolo.
Sembra fosse stato eseguito dopo un pauroso incendio sviluppatosi in via Villagrande, allo scopo di ringraziare sant'Anna per avere contribuito con la sua intercessione a spegnere le fiamme domate appunto il 26 luglio.
Cencenighe ha dato i natali al glottologo e docente universitario Giovanni Battista Pellegrini (1921), alla scrittrice Giovanna Orzes Costa (1911 - 1996) e alla poetessa e autrice Elisa Orzes Grillone (1906). Dall’infanzia risiede inoltre Giovanni Battista Rossi (1922) studioso di dialettologia ed etnografia autore del “Vocabolario dei dialetti ladini e ladino-veneti dell’Agordino”.

Cose da fare e vedere

La bonaman

Il primo giorno dell'anno, di buon mattino, i ragazzi maschi vanno di casa in casa a chiedere la bonaman (mancia, dono) e augurano un felice anno recitando la seguente filastrocca: bon dì, bon an, a mì la bonaman e a voi el bon prenzipio.

Le ragazze che chiedono la bonaman, secondo la credenza popolare, sono segno di malaugurio.

I Pavarùi

La vigilia dell'Epifania, il 5 gennaio, è tradizione accendere i pavarùi, i fuochi propiziatori per il raccolto la cui origine pagana si perde nella notte dei tempi.

I ragazzi di ogni villaggio raccolgono ceppi e fasci di legna (fassìn).

Quindi preparano la catasta e aspettano il suono dell'Ave Maria (circa alle ore 17, 30 di sera) e con essa il buio per accendere il falò.

E' ancora viva la consuetudine di preparare per cena, dopo i pavarùi, i gnoch co la puìna (gli gnocchi con la ricotta affumicata).

Sant'Antone

Il 17 gennaio Cencenighe festeggia Sant'Antonio abate patrono del paese e protettore degli animali.

Nel passato era usanza appendere sopra la porta di ogni stalla un'immagine sacra del Santo in segno di protezione e di custodia visto che gli animali costituivano un considerevole patrimonio.

Il giorno di sagra viene festeggiato con la funzione religiosa e con la preparazione di dolci fritti detti forestì (chiacchiere). Come ogni sagra che si rispetti si festeggia fino a notte tarda con balli e musica.

I Coscritti

A Cencenighe e nell'Agordino in genere il termine coscritti indicava non solo i giovani che dovevano partire per prestare servizio nell’esercito ma più in generale i giovani, ragazzi e ragazze prossimi a compiere vent’anni.

E' tradizione che il giorno 15 agosto, dopo aver assistito alla funzione religiosa, i coscritti maschi portino a spalla la statua della Madonna in processione lungo la via Villagrande dandosi il cambio durante il tragitto.

Terminata la processione la statua viene riposta nella nicchia dell'altare laterale. La cerimonia si ripete la prima domenica di ottobre quando invece sono le ragazze a portare la statua lignea.

San Martin

La vigilia di San Martino (10 novembre), patrono di Belluno è ancora diffusa l'usanza che i bambini nel tardo pomeriggio vadano di casa in casa a cantare filastrocche ricevendo in dono noci, nocciole, castagne, caramelle e biscotti.

Verso sera, quando i bambini sono rincasati, sono invece i ragazzi che vanno di casa in casa, specialmente dove ci sono ragazze, a cantà San Martìn e in cambio si guadagnano un bicchiere di vino.

Altre usanze con il tempo sono scomparse.

Sono venute a mancare pure le tradizionali fiere: la fiera de l'otava (il primo lunedì dopo Pasqua),  la fiera dele Cros (primo lunedì di giugno),  la fiera de san Luca (16 ottobre) mentre da qualche anno è stata riproposta la fiera de sant'Andrea (30 novembre) dove il mercatino dei prodotti artigianali ha sostituito il commercio di muli ed di cavalli venduti per la becarìa (preparazione di salumi e salsicce).

Con il tempo è venuta meno anche la consuetudine di riunirsi nelle stalle o nelle stue (soggiorni foderati in legno) per fare filò. In questi ritrovi le donne sgranavano le pannocchie ed i fagioli,  recitavano rosario, filavano,  lavoravano a maglia o confezionavano i tradizionali scarpét (scarpette basse di velluto con suola di pezza trapuntata).

Durante la stagione invernale, quando la neve impediva di svolgere i lavori fuori casa, molti degli uomini ritornati a novembre dalle loro attività lavorative si dedicavano alla costruzione e riparazione di gerle (dèrle e darlìn) intrecciando insieme rami di nocciolo o di ontano verde e alla realizzazione di galòze (zoccoli con suola in legno e tomaia in pelle).

Nel settembre 1981  a Veronetta, ora cuore di Cencenighe, è stato inaugurato  il “Centro turistico - culturale Nof Filò” che almeno nel nome vuole richiamare l'antica consuetudine del ritrovo, uno dei tanti simboli della comunità di  montagna.

(testi di Luisa Manfroi)

 


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